Visualizzazioni totali









Visualizzazione post con etichetta racconti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta racconti. Mostra tutti i post

mercoledì 30 marzo 2011

Avevo paura del buio

Avevo paura del buio, ho sempre avuto paura: fin da piccola, nella mia camerina, immaginavo i peggiori mostri nascosti nella penombra pronti per entrare nei miei sogni.
La mattina al risveglio guardavo bene in ogni angolo della stanza per essere certa che se ne fossero andati. Mi madre mi prendeva in giro quando mi beccava piegata in due a spiare sotto il letto. Lei diceva che crescendo avrei superato le mie paure ma non era vero.
Mi comprò una di quelle lampadine a muro che fanno una luce soffusa però non funzionava perchè i mostri notturni potevano sempre nascondersi negli angoli più bui.
Il giorno del mio tredicesimo compleanno ero molto felice perchè avevo festeggiato con gli amici in pizzeria ed ero tornata a casa su di giri. Appena varcata la soglia vidi mia madre piangere alla finestra: era morta la mia cara e adorata nonnina, sua madre.
Non potevo crederci, non era possibile , io ero la sua nipote preferita ed ero tanto affezionata a lei. 
Andai in camera con l'angoscia nel cuore e mi addormentai tra le lacrime, poi d'improvviso aprii gli occhi come sfiorata da un respiro e vidi mia nonna accanto a me sul letto che mi parlava dolcemente chiamandomi gioia, come faceva sempre.
Mi disse che non dovevo più temere l'oscurità perchè solo in quei momenti avrei  ancora potuto vederla e sentirla.
Mi disse anche che mi amava molto e che avrebbe vegliato su di me dal cielo.
Da quel giorno sono trascorsi molti e molti anni ma lei mi fa visita ancora nel buio e io non ho più avuto paura, anzi aspetto che arrivi la  notte a portarmi pace e serenità.

martedì 22 marzo 2011

Un ragazzo di periferia - seconda parte

Quando la musica entra dentro di lui ed il ritmo regola il movimento di ogni muscolo Cosmjk si sente in paradiso: niente più fatica, o rabbia o ansia.
Non avendo la possibilità di allenarsi in casa, il pomeriggio dopo la scuola va a pulire una piccola palestra, dove la proprietaria gli consente di allenarsi tre giorni alla settimana, come compenso per il lavoro.
Lui si definisce un aspirante ballerino di Hiphop ma ama molto anche la Breakdance più spericolata e acrobatica, quando va ad allenarsi si porta un cd con i suoi brani preferiti e su questi elabora tante coreografie. Poi una volta stabilita la linea dei passi  li ripete e li ripete all'infinito finchè non arriva l'ora di tornare a casa.
La sua è una vita dura e noiosa ma lui non si lamenta, anzi cerca sempre di conservare un sorriso quando rientra per cena e la madre è molto orgogliosa di lui, che è pure bravo a scuola.
Un pomeriggio mentre sta prendendo la metropolitana per andare in palestra vede un grande manifesto su cui legge: "SAI BALLARE, CANTARE O SUONARE UNO STRUMENTO? VIENI A FARE UN PROVINO!" e di seguito l'indirizzo e la data delle selezioni nazionali.
A Cosmjk balza il cuore in  gola, sente che quella è l'occasione buona della sua vita, la prima vera occasione da non  perdere.
Allora parla con la signora della palestra e le chiede aiuto: lei accetta di allenarlo per le selezioni e per i successivi venti giorni lui prova e riprova ogni passo della canzone che ha scelto di portare. Essendo del tutto autodidatta, non conosce le regole base della danza ma riesce comunque a muoversi benissimo nei suoi passi inventati, ricopiati dai balletti in tv e riprodotti dai suoi guizzanti e giovani muscoli.
Il giorno dell'audizione la tensione è al massimo nel teatro dove si stanno svolgendo i provini: ci sono molti giovani ragazzi e ragazze pieni di speranze come lui. Arriva il suo turno e i membri della commissione, leggendo il curriculum da cui non risulta nessna scuola di ballo o stage o altro, scuotono la testa ma quando la musica riempie il vuoto e Cosmjk inizia la sua danza devono ricredersi. Una performance davvero molto buona considerando l'inesperienza e la giovane e età.
Gli viene chiesto di restare e alla fine delle selezioni gli propongono un contratto per far parte del corpo di ballo di un famoso teatro e per continuare a studiare in una vera accademia della danza.
La gioia, l'euforia e la speranza di diventare un grande ballerino si leggono nei grandi occhi neri del giovane ragazzo di periferia.

lunedì 21 marzo 2011

Un ragazzo di periferia - prima parte.

Cosmjk ha solo diciassette anni ma è cresciuto in fretta: la strada, i palazzi grigi e i cassonetti sono lo sfondo del suo mondo. La mattina va in un istituto professionale pubblico e sfigato, dove le aule non hanno lavagne e i laboratori non hanno nulla. Il pomeriggio aiuta sua madre, che è pakistana, a gestire il suo minuscolo bazar. Vende internet per gli stranieri, alcuni generi alimentari esotici e qualche straccetto di abbigliamento.
Nella sua città ci sono i razzisti al governo e i mezzosangue come lui sono ancora più odiati degli stranieri: rappresentano un compromesso,un futuro di integrazione e questo alla gente ignorante e intollerante che lo circonda non piace.
Che poi, ironia della sorte, Cosmjk suo padre neanche lo conosce: lasciò sua madre quando lui era ancora in fasce. Non ha mai saputo nulla di lui e non gli interessa, vorrebbe solo prenderlo a cazzotti per quanto deve aver fatto soffrire la mamma.
Nel quartiere di periferia dove vive, in un piccolissimo appartamento in affitto assieme alla madre, ci sono un gruppo di bulletti che si divertono a torturarlo.
Ogni mattina, alla fermata dell'autobus, lo annusano dicendo che puzza di "indiano" , lo spingono e lo strattonano finche lui non reagisce e finisce a schiaffi: se passano la polizia o i vigili la colpa è sempre la sua.
Cosmjk ha però una grande passione che lo risolleva da tutti i brutti momenti: la danza.


continua domani...

venerdì 18 marzo 2011

Ho vinto alla lotteria


Io nella vita sono sempre stato sfortunato. Mi chiamo Giovanni e faccio lo spazzino, anzi l'operatore ecologico che fa più fico. Di certo non sono un bell'uomo: sono di mezza età, basso, calvo e con la pancetta. Mia moglie, povera donna, è morta di leucemia l'anno scorso lasciandomi completamente solo infatti, sebbene li desiderassimo tanto, non abbiamo avuto figli.
Da quando lei non c'è più le mie giornate trascorrono tristi, una uguale all'altra. Fino a questa domenica mattina. 
Già al risveglio mi sono sentito diverso, più vispo e pimpante; mi sono anche messo l'abito buono e invece di restare a casa, davanti alla tv tutto il giorno come sempre, ho deciso di uscire.
"Oggi faccio colazione seduto al tavolo del bar" mi sono detto, tanto per cambiare. Il sole splende invitante e gli uccellini cantano: è davvero una mattina meravigliosa.
Passo davanti all'edicola e sono tentato di comprare il giornale ma poi penso: "perché rovinarsi la giornata" e tiro dritto. Arrivato davanti al bar vedo un gruppo di ragazzi che mi guardano e ghignano, sicuramente stanno pensando:"ma guarda 'sto sfigato". Certe facce e certe espressioni le conosco bene, è una vita che le leggo negli occhi della gente.
Entro e ordino un caffè poi, mentre mi vado a sedere al tavolo, il mio occhio sinistro è attratto da vividi colori rosso e giallo. Si tratta di un cartoncino appeso assieme ad altri mille alle spalle della cassiera: un gratta e vinci. Solo che questo in particolare è lucido e brillante, sembra proprio voler dire comprami, grattami. Che strano penso, devo essere impazzito e mi siedo con il mio caffè. Ma non posso fare a meno di continuare a pensare al cartoncino.
Mi avvicino alla cassiera e le chiedo quanto costa, lei mi risponde dieci euro e io torno al mio tavolo. "Accidenti sono un sacco di soldi ma se vinco..."penso.
Finisco di bere il caffè e prendo la mia decisione: lo compro, vada come vada.
Gratto bene i lustrini dorati  poi chiedo aiuto alla cassiera per la lettura: non ne ho mai comprati e non  so come funzionano. 
Lei guarda bene il gratta e vinci  e il suo volto diventa di tutti i colori, poi urla tutta emozionata: "Giovanni hai vinto, santo cielo Giovanni ha vinto! 
Mi rende il biglietto e io lo guardo senza credere ai miei occhi: ho vinto cinque  milioni di euro! 

lunedì 14 marzo 2011

DAL CIELO ALLA TERRA


Una notte dalla povere di stelle di una cometa  nacque l'angelo Michele. Aveva dei capelli lisci e fini come la seta che gli arrivavano alle caviglie e gli occhi verde smeraldo, le sue labbra erano rosse come ciliege mature e il nasino all'insù guardava sempre il cielo.
Fin da quando era molto piccolo Michele adorava osservare la terra e ascoltare gli uomini, le loro vite erano molto più movimentate ed interessanti della sua: sempre tra le nuovole a cantare le lodi del Signore.
Il padre di Michele che era un angelo enorme, altissimo ed importante, con una voce da baritono, ripeteva spesso al figlio:
"Basta stare sempre a spiare gli uomini, devi preoccuparti di cose divine e non terrene. Non conosci ancora le nostre gerarchie angeliche ma hai studiato a memoria i mari, i fiumi e le città del globo terracqueo. Io proprio non  ti capisco figlio mio."
Ma lui non sentiva ragioni e un bel bel giorno decise di lasciare il cielo per vivere sulla terra. Chiese il permesso alle alte sfere celesti e loro acconsentirono: doveva solo decidere se essere un uomo o una donna, perchè gli angeli non hanno sesso.
Scelse la parte femminile ma non voleva essere una ragazza giovane e bella, che poteva dare molto nell'occhio, piuttosto un anziana signora saggia e silenziosa, cui nessuno avrebbe fatto molto caso in una grande città.
Il suo scopo era quello di dare una mano, di aiutare gli esseri umani nelle loro vite così intricate e complicate e di certo non sarebbe stata un impresa facile.
Appena arrivato, anzi arrivata, doveva  trovare un posto per vivere e non voleva stare in un appartamento da sola, quindi optò per una casa di riposo di periferia, dove poteva conoscere molte persone.
La sera che scese dal cielo era una meravigliosa e serena notte stellata e nonostante l'odore di smog della città le sembrava di sentire il profumo del mare, trasportato dal vento.
La camera dove dormiva era piccola e odorava di varichina ma non era sporca. La signora sua vicina di letto era molto simpatica e molto sorda, si chiamava Maria. Il nome terreno del nostro angelo invece era Angela.
La signora Maria introdusse la signora Angela nella comunità dell'ospizio e qualche nonnino subito s'innamorò facendole una corte spietata. Lei si divertiva molto a stare in contatto con gli uomini, era sempre stato il suo sogno e cercava ogni occasione per rendersi utile.
Era così gentile e premurosa che si faceva voler bene da tutti ma soprattutto i malati più gravi le erano grati. Infatti faceva loro spesso compagnia, leggendo dei libri o racontando delle belle storie inventate.
Insomma sebbene non potesse fare miracoli o guarire le persone poteva però rallegrare e rendere meno tristi le loro vite, semplicemente con la sua presenza.
Da quel giorno l'angelo non è più tornato in cielo perchè ha trovato pace e serenità sulla terra: anche gli assistenti e le infermiere si sono accorti che da quando la signora Angela è arrivata e si prodiga per tutti l'ospizio è diventato quasi un paradiso.

venerdì 11 marzo 2011

La storia del bambino perduto


In un paese molto lontano viveva un crudele e indegno sovrano: riempiva i sudditi di tasse e manteneva il dominio seminando il terrore con i suoi perfidi mercenari.
Un giorno d'inverno bussò alla porta dell'antico maniero una povera ragazza vestita di stracci, teneva in braccio il bambino più bello che si fosse mai visto, sebbene sporco come uno spazzacamino.
"Vi prego signore abbiammo tanta fame, fateci la carità di un pezzo di pane". Disse la donna al servo in livrea che aprì il portone. Il re che si trovava nei pressi si arrabbiò tantissimo e chiuse la porta in faccia alla povera disgraziata e alla sua creatura.
Poi rivolto al servo intimorito esclamò: "Se dovesse tornare a bussare con quel sudicio bambino non azzardarti ad aprire."
Durante la notte la donna bussò tante e tante volte ancora, mentre fuori si faceva sempre più freddo, ma nessuno aprì più.
Allora, per paura che il piccolino potesse morire, si spogliò dei quattro stracci che aveva indosso e li avvolse tutti intorno al  bambino, dopodichè nuda e infreddolita si strinse al suo fagottino e così la morte la raggiunse alle prime luci dell'alba.
La mattina una servetta che stava preparando la prima colazione nelle cucine del castello sentì piangere e strillare forte, uscì a vedere ma non capiva da dove venisse quel pianto.
Poi si avvicinò ad un cespuglio e vide un bambino completamente nudo di circa un anno che piangeva e accanto aveva un mucchio di stracci.
Guardò meglio e si accorse che sotto quegli stracci c'era il corpo  cadavere di una giovane ragazza. Allora si mise a strillare come un aquila e chiamò il maggiordomo e la governante mentre si faceva il segno della croce.
Il gran fracasso richiamò l'attenzione del re che, vista la situazione, ordinò ai servi di scavare una fossa e buttarci dentro il cadavere con la stessa freddezza che se avesse visto il cadavere di un cane.
"Sire" disse la servetta tutta tremante "e del bambino cosa ne facciamo?".
Il re duramente rispose: "Quello che volete ma non fatemelo ritrovare tra i piedi".
Così il piccolo Domenico, lo trovarono di domenica, crebbe tra le sottane delle sguattere e delle serve del castello e divenne un giovanotto stupendo e intelligente, imparò addirittura a leggere e a scrivere chiuso in una delle biblioteche del castello.
Nessuno aveva mai avuto il coraggio di raccontargli come fosse capitato lì, tutti dicevano che era stato trovato una domenica mattina in un cespuglio davanti al portone delle cucine.
Intanto il re, ormai vecchio,  era sempre più avido e crudele e i sudditi sempre più poveri e affamati.
Una  notte però Domenico sognò sua madre che gli raccontò di come quell'uomo crudele l'avesse messa alla porta, in una fredda notte d'inverno di molti anni prima, facendola morire assiderata. Le disse anche dove trovare le sue povere ossa, pregandolo di darle una degna sepoltura.
Il giorno dopo Domenico uscì di soppiatto armato di pala e spalò e spalò finchè non ritrovò le ossa di sua madre. Allora armato fino ai denti e decise di metter fine a quel maledetto regno d'oppressione.
Entrò nella sua camera uccidendo le guardie alla porta poi si avvicinò al vecchio e guardandolo fisso negli occhi gli disse: "Meriti la morte maledetto infame!" E gli piantò la spada dritto nel cuore.
 Fuori la gente del castello in festa lo acclamò come nuovo sovrano: fu un re saggio e generoso che governò per molti e molti anni a venire.

lunedì 7 marzo 2011

OGGI ESCO

Mi sono fatta sette anni di carcere per rapina a mano armata e oggi finalmente esco. Sto radunando le mie quattro cose per lasciare la cella che è stata per ottantaquattro mesi la mia camera, il mio bagno, la mia sala e la mia cucina.
Mi chiedo quanto la città sarà cambiata in tutto questo tempo: sicuramente più macchine, più smog e le rotonde al posto dei semafori. Io invece non sono cambiata molto. Sono sempre stata un animale selvatico, amante della solitudine e del rischio pesante. I miei compagni di merende sono in carcere, qualcuno è morto, qualcun altro chissà.
Di certo il tempo per pensare non mi è mancato, ma non ho letto, non ho studiato come facevano in molte lì dentro: ho ascoltato le storie di tante donne, le peripezie e le avventure di ladre, assassine, malviventi di ogni genere.
La guardia mi sta chiamando, quella stronza che fa la cresta sulle sigarette e sul cibo, mi dice che il mio tempo è scaduto e che devo liberare la gabbia.
Esco e c'è il sole, nessuno mi aspetta fuori, niente marito con bambini in braccio che piange di gioia per la madre/moglie ritrovata. Decido di arrivare a piedi fino alla casa di mia madre, l'ultima volta che ci siamo viste viveva ancora a questo indirizzo. Incontrare le persone che sfrecciano veloci quasi quanto le loro auto mi rende nervosa, aumento il passo fino quasi a correre. Ma che cazzo sto facendo? Mi fermo per riprendere fiato. Riprendo un passo più normale e arrivo alla mia vecchia casa. Suono più volte il campanello ma nessuno risponde. Decido di spaccare un vetro quando la signora della porta accanto mi dice che non c'è nessuno. L'anziana signora che viveva qui è stata portata in una casa di riposo due anni fa. Le dico che sono la figlia. Per fortuna la vecchia ha le chiavi di casa di mia madre e me le da senza fare storie. 
Quando entro in casa capisco anche il perchè: nello specchio dell'ingresso vedo una faccia che mi spaventa. Sono diventata vecchia, i miei capelli sono ispidi e grigi come pelo di topo e ho lo sguardo di un animale braccato. Per un attimo la vecchia cella sembra l'unica cosa sicura, poi vado in cucina e mi accorgo che non ci sono nè gas, nè luce. La casa mi faceva già orrore prima quando venivo a trovare mia madre figuriamoci adesso. Devo andarmene da qui. Non ho un soldo neanche per mangiare e conosco solo un modo di procurarmeli: rubare.
Torno dalla vecchia di prima, le entro in  casa con una scusa e mi porto via il suo borsellino. Ci sono dei soldi nuovi, lo so che la lira non esiste più ma di euro non ne avevo mai rubati. Li conto: sono ottantasette euro e 50 centesimi. Mi bastano per una camera d'albergo è qualcosa da mangiare. Voglio tanto farmi una doccia: il puzzo del carcere sui miei vestiti mi fa nostalgia. Mi sa che sto impazzendo.
Sono di nuovo in strada senza sapere dove andare e mi viene voglia di fare di nuovo un colpo come si deve. Per l'appunto mi trovo proprio di fronte a una bella banca: la tentazione è forte, molto forte. Stavolta però non ho neanche un arma, di fronte vedo un negozio di giocattoli che sicuramente mi può vendere una pistola finta. Infatti la prendo e mi dirigo a passo veloce verso la porta blindata.
Il mio aspetto spaventoso non passa inosservato comunque riesco ad entrare, mi avvocino alla cassa, estraggo la pistola e mi faccio dare i soldi dal tipo dietro il vetro. Poi all'improvviso mi sento colpire alla spalla, un dolore lancinante, atroce, e vedo scorrere il sangue. Quel figlio di puttana della guardia giurata mi ha sparato alle spalle pensando avessi una pistola vera. Sono a terra distesa e devo aver perso molto sangue perchè la mia testa è leggera e non sento neanche più il dolore.
Non credo di morire però perchè sento arrivare l'ambulanza a sirene spiegate, o è la polizia. O tutte e due. Non importa in fondo la cella è calda e accogliente e poi c'è una donna che ha detto di prevedere il futuro. Voglio farmi leggere la mano, la prossima volta che esco.

sabato 5 marzo 2011

FURIBONDA LA FURIA BIONDA

La bambina bionda con la faccia d'angelo è mia figlia: l'ho chiamata Furibonda, la furia bionda. Perchè già per uscire dalla pancia si è lanciata tipo missile dalla rampa ed è schizzata fuori alla velocità della luce.
I medici non hanno avuto neanche il tempo di misurare la pressione a mia moglie che Furibonda era già attaccata alla tetta e succhiava voracemente.
All'età di tre mesi sfrecciava come una saetta a gattoni per tutta la casa: le sue tutine avevano delle  megatoppe di cuoio nei ginocchi.
Il primo giorno di scuola materna entrò e uscì dalla classe centoquarantasette volte mentre mi presentavo alla maestra.
Insomma quello che si dice una bambina iperattiva. 
Poi vennerò le scuole elementari dove batteva ogni record femminile e maschile di corsa veloce, salto, triathlon, più tutte le gare di atletica possibili ed immaginabili.
Adesso fa la prima media: arriva in classe prima lei di corsa che il pulmino della scuola. Il pomeriggio fa cento giri veloci intorno all'isolato, poi la devo accompagnare a basket, volley, nuoto e ginnastica artistica.
Solo la sera quando il sonno scende dolcemente a chiudere i suoi occhi,  finalmente la mia Furibonda si riposa, ma io so che nei suoi sogni più belli continua a correre, correre, correre.

martedì 1 marzo 2011

Carnevale ogni scherzo vale

Quando mi sposai avevo già il cane da due anni. Virginia non ne voleva sapere e fece di tutto per convincermi a darlo via, si inventò addirittura una specie di allergia. Ma io su questo argomento, l’unico, fui irremovibile: se mi voleva, doveva accettare anche la Lola. Prendere o lasciare.

Uscii per far pisciare il cane, ero quasi certo che Virginia mi tradisse. Avevo spiato il suo computer, il cellulare e anche la posta ordinaria che ormai non la usa più nessuno. Quel giorno era martedì grasso, già il nome mi fa schifo. A Parma un vento gelido sferzava la faccia, ma a Lola piaceva. Le feci fare un giro intorno all’isolato, il ghiaccio scricchiolava sotto le scarpe, io continuavo a rimuginare. Ultimamente Virginia passava molto più tempo al cellulare, il suo capo gliene aveva dato uno da usare per il lavoro, stranamente era proprio identico al suo. Pensai fosse una delle sue fissazioni da modaiola: magari era un colore che s’intonava con i capelli o con lo smalto. Ma ora ne ero certo: lo aveva scelto apposta per confondermi.

Era in procinto di partire per Venezia, andava a festeggiare il carnevale con due amiche, mentre io sarei rimasto a casa con Lola: primo perché non sapevo a chi lasciarla e secondo perché non avevo nessuna intenzione di farlo. E poi il carnevale mi fa tristezza, soprattutto quello di Venezia: canali puzzolenti stracolmi di gente imbellettata. Tutti ubriachi fradici a ciondolare per strada o a tirare cocaina nei palazzi dei vips. Non fa per me. Virginia stava chiudendo nervosamente il suo trolley Samsonite quando mi apostrofò in tono acido – cerca di non dare fuoco alla casa mentre sono via, se ci riesci-. Io risposi sarcastico: - ma certo tesoro, comunque lascia a portata di mano il numero dei pompieri, non si può mai sapere. –A proposito cara – dissi facendo l’indifferente - prendo un attimo il tuo cellulare, voglio memorizzare il numero di Sara, così se il tuo è spento posso chiamare lei. - Mentre salivo le scale con la sua borsa in mano, mi corse dietro inferocita: - non ti azzardare a toccarla! – Virginia era sempre stata una ragazza molto riservata e non avrebbe permesso a nessuno di infilare le mani nella sua preziosa borsetta. Stavolta però era proprio infuriata. Anche questo era strano. Infilai la mano ed ebbi fortuna: estrassi il telefono dell’ufficio ma feci appena in tempo a leggere le ultime chiamate, prima che mi piombasse addosso. Erano quasi tutte di un certo Massimo ed erano tante. Mi strappò il telefono di mano. –Adesso non ho tempo per discutere con te stronzo, Sara e Giulia mi stanno aspettando fuori, ma quando torno non te la passi liscia, te l’assicuro-. Detto ciò uscì sbattendo la porta.

-Eccoci qua Lola, finalmente soli.- Lei annuì agitando la grossa coda pelosa: al contrario di Virginia che non l’ha mai degnata di uno sguardo a me faceva piacere la sua silenziosa presenza.- Dobbiamo scoprire chi è questo Massimo che sente tanto spesso.- mormorai. Arrivare a lui fu più semplice del previsto: dopo aver telefonato a un paio di amici comuni scoprii che l’uomo misterioso altro non era che il vice direttore della Antonveneta, una delle banche con cui Virginia collaborava come promotrice finanziaria. Un bell’uomo in effetti, lo conoscevo di vista, anche affascinante a modo suo, sposato e con tre figli. Provai a chiamare questo Massimo in ufficio con una scusa, tipo chiedere un consiglio su alcuni fondi d’investimento, mi rispose la segretaria, disse che il Dott. Minardi aveva preso un giorno di ferie e sarebbe rientrato l’indomani. Non poteva essere una coincidenza. Da Parma a Venezia sono trecento chilometri e io ero intenzionato a percorrerli per fare ad entrambi una splendida sorpresa, diciamo un scherzo di carnevale.

Partimmo io e la Lola, non sapevo esattamente dove poteva essere Virginia, ma non sarebbe stato difficile trovarla. Infatti ieri aveva indosso un bel vestito di broccato rosso da cortigiana, con un cappello a veletta e uno scialle di raso neri. L’ho vista mentre se lo provava davanti allo specchio: era bella da mozzare il fiato. Tanto bella quanto stronza. - Che abito sontuoso – dissi – speriamo che non piova domani sennò lo ridurrai uno straccio - . -Sai Luca, ogni giorno che passa mi accorgo di aver sposato un cretino; ti sembro il tipo che passa l’ultimo giorno di carnevale a Venezia per strada?- Inveì. - Sappi che sono ospite di uno dei party più cool della città: il mio costume scivolerà su tappeti persiani e lussuosi pavimenti, altro che fango. Poi i suoi occhi si posarono su Lola: - Ehi bestiaccia tieni fuori dalla mia camera le tue zampe sudice!- Il cane non alzo neanche lo sguardo, continuò a fingere di dormire.

Arrivammo a Venezia verso le quattro del pomeriggio, volevo procurarmi un costume adatto per la mascherata a sorpresa. Mi venne in mente “Il cappello a sonagli” di Pirandello : un copricapo con le corna poteva rendere l’idea, ma ci ripensai: non avrebbe capito, anzi se avessi nominato Pirandello avrebbe potuto pensare a una nuova marca di cappelli. Mi ero portato una macchina fotografica digitale ed intendevo usarla per immortalare i due amanti sul pezzo. Il problema era che Lola non avrebbe potuto seguirmi, comunque speravo di trovare una soluzione.

Parcheggiai nei pressi di piazzale Roma e mi avviai verso il centro, fatti pochi metri la mia attenzione fu attratta da una ragazza: era seduta su una panchina e dava da mangiare ai piccioni, appena si avvicinavano li fotografava in primo piano. Era giovane, indossava abiti molto ampi, aveva occhiali spessi e una sciarpa con i colori della pace arrotolata due volte intorno al collo. Mi avvicinai per guardarla, poteva essere la soluzione. -Ciao - le dissi -Perché fotografi i piccioni?- Mi squadrò da capo a piedi con curiosità e poi rispose -Lo faccio per ricordo: tra qualche anno saranno tutti morti e di loro non resterà nessuna memoria, certo non posso fotografare tutti i piccioni della città, ma almeno quelli del mio quartiere, quelli che stanno in questa piazza e mangiano il mio mangime-. Lola le si stava strofinando con il muso contro le ginocchia e mugolava chiedendo una carezza. -Come ti chiami le domandai? –Arianna -. Rispose. Le chiesi se poteva occuparsi del cane fino che non fossi tornato, in cambio offrivo 50 euro e un chilo di mangime per volatili. Ne fu entusiasta, accettò subito di tenere Lola e mi indicò il palazzo dove viveva. -Puoi venire a prenderla a qualsiasi ora, io sarò a casa dopo le nove: odio questa maledetta festa di uomini mascherati.- Mi disse quale cognome cercare nel citofono e ci salutammo. Lola scodinzolava lieta accanto a lei: mi sentii più tranquillo e deciso ad agire.

Piazza San Marco era il caos, m’infilai in un vicoletto laterale, dove si affittavano costumi a prezzi modici. Era un negozio un po’ malmesso ma il proprietario fu molto cortese e mi dette ottimi consigli. Uscii da lì perfetto e irriconoscibile, adesso non mi restava che trovare la festa più fashion della città ed imbucarmi. Per ringalluzzirmi ancora di più mi fermai in un bar e mandai giù un paio di grappini. Mi scaldarono lo spirito ed il corpo. Poi comprai uno di quei giornaletti di gossip, dove erano elencate le migliori feste mondane di Venezia. La più fashion era sicuramente quella della contessina Brenda Monaldin, alla quale avrebbe partecipato addirittura Fabrizio Corona. Fui certo che era quella giusta, me lo sentivo. Il palazzo dove aveva luogo il party era circondato da agenti della sicurezza o buttafuori, forse guardie del corpo. Non sapevo bene cosa fossero ma erano alti, grossi e muscolosi. A differenza mia che sono piuttosto basso per essere un maschio, e pure mingherlino. Mia moglie le poche volte che uscivamo insieme si lamentava di non poter indossare i tacchi perché mi avrebbe superato di una spanna, e questo secondo lei non stava bene.



Davanti all’ingesso principale era tutto un via vai di vaporetti che lasciavano gli ospiti e ripartivano, vidi una barchetta da carico e scarico merci attraccare di lato, davanti a una delle porte di servizio. Dovevo riuscire ad entrare da lì. Attesi ancora una mezz’ora, quando ecco arrivare un motoscafo molto più grande, pieno zeppo di bevande e cibo. Mi avvicinai al bordo del canale e la barca rallentò passandomi vicino, così ci saltai dentro. Afferrai al volo una bottiglia di vino rosso e mi nascosi dietro alcune casse, nell’angolo più vicino all’uscita. Appena i due energumeni che erano sbarcati iniziarono a scaricare svicolai dentro con l’agilità di un gatto. Ce l’avevo fatta, avrei assaggiato il calice della vendetta, ma per il momento, con un cavatappi che faceva al caso mio, assaggiai il vino direttamente dalla bottiglia. Adesso si che mi sentivo eccitato e bello carico per affrontare i due fedifraghi, cioè i due stronzi che mi facevano cornuto. Ero travestito da orso, un orsacchiotto peloso con una maschera dal sorriso idiota che mi copriva il volto. Feci un giro in pista, la gente ballava e beveva, ma non vidi la cortigiana vestita da zoccola, perciò salii ai piani superiori. C’erano un infinità di stanze da entrambi i lati del lungo corridoio che percorrevo, alcune chiuse a chiave, altre no. Io barcollavo un po’: il vino era finito tutto nella pancia dell’orso che infatti si sentiva brillo. Mi fermai di fronte a una porta semichiusa, sentivo rumori provenire dall’interno, mi avvicinai lentamente e appoggiai la mano sulla maniglia: riconobbi distintamente la voce di mia moglie che ansimava e gemeva, chiedendo al suo vicedirettore di impegnarsi ancora di più. Feci il mio ingresso in scena urlando, non dimenticherò mai le loro facce sbalordite: lui era rosso come un peperone per lo sforzo e per la vergogna, lei invece avrebbe voluto sbranarmi e divorarmi, come una tigre. Fu questo il magnifico istante che immortalai, con tre o quattro scatti veloci mentre il flash li accecava. Poi dissi sbeffeggiandoli: - A carnevale ogni scherzo vale. Peccato che domani quando sua moglie riceverà le foto la festa sarà finita.

Venni via dalla stanza di corsa, avevo molto vantaggio, essendo loro completamente nudi non potevano rincorrermi, ma soltanto urlarmi dietro. Uscii dalla porta principale e saltai su un vaporetto, nessuno nella ressa si accorse di me. Avevo voglia di vomitare, mi affacciai al parapetto e respirai l’aria gelata a pieni polmoni. Quando giunsi a Piazzale Roma avevo bevuto altre tre grappe strada facendo, sentivo le mani e i piedi congelati e la testa mi prendeva fuoco. Mi riposai un attimo seduto sulla panchina dove avevo incontrato Arianna, tirai fuori la macchina fotografica e dopo essermi accertato che le foto di quei due erano venute bene, fotografai un piccione che avevo di fronte. Poi suonai il campanello, Arianna mi fece cenno di salire, trovai a tentoni le scale ed entrai in casa. Lola abbaiava come una forsennata: non avevo tolto il vestito da orso. Quella strana ragazza scoppiò in una fragorosa risata. - Lola sono io, ma non mi riconosci cucciola?- Mi tolsi quel coso peloso e lei mi zompò addosso leccandomi la faccia. – Non so come ringraziarti, Arianna, sei stata davvero gentile. Mi rispose – Al contrario è stato un piacere, mi ha fatto molta compagnia, in questi giorni le mie coinquiline passano la notte a folleggiare e io rimango a casa da sola.-

C’era il caminetto acceso e nella stanza faceva caldo, ricordo di aver chiacchierato a lungo e il viso dolce di lei che mi sorrideva, poi il buio. Al mattino, mi trovai disteso sul divano, coperto con un sacco a pelo e con Lola addormentata placidamente sulla mia pancia. Stavo riprendendo lentamente conoscenza quando dalla stanza accanto apparve Arianna, aveva i capelli arruffati, una specie di tunica di lino colorato e gli infradito di cuoio ai piedi: la trovai splendida. Notai un bel seno grande e dei capelli rosso fiamma. – Ci facciamo un caffè signor orso, non so neanche come ti chiami-. Arianna in quel momento non portava gli occhiali, aveva le lentiggini sul naso, e strizzava gli occhi per mettermi a fuoco, come sempre sorrideva anzi i suoi occhi sorridevano.

-Devo essere svenuto ieri sera, avevo bevuto parecchio sai – le dissi. – Sì, ti sei addormentato sul divano quando sono andata in bagno. Rispose. -Comunque io mi chiamo Luca,ieri ho avuto una giornata pazzesca e ancora non ne sono del tutto fuori-. Le raccontai la mia storia, mentre in casa di diffondeva un piacevole odore di caffè. Arianna e Lola mi ascoltavano con il mento all’insù e ogni tanto Arianna scuoteva la testa. Alla fine mi chiese perché avevo sprecato il mio tempo prezioso con una tale stronza. E io non avevo una risposta. -Devo tornare a casa per fare le valigie-dissi cercando di mettermi in piedi, - del resto si occuperanno i nostri avvocati, non la voglio neanche rivedere -. Pronunciai queste parole con rabbia, poi la mia voce si addolcì:-sai le squallide foto che ho scattato ieri sera, ho deciso di cancellarle : volevo solo spaventarli a morte. Per caso il tuo divano e il sacco a pelo sono prenotati per la notte? Perché mi prendo qualche giorno di vacanza e torno da te. – Lei inforcò gli occhiali e rispose mostrandomi i denti perlati in uno smagliante sorriso:- Sei molto carino piccolo orso. Inoltre nella mia camera c’è un letto grande e soffice: possiamo dividerlo in tre, vero Lola? Vai pure a dare fuoco alla casa, io e lei ti aspettiamo per cena-. Arianna mi schioccò un bel bacio sulla bocca e sparì in bagno. io accarezzai il cane che scodinzolava felice. Dopo aver eliminato quelle immagini lasciai sulla tavola la macchina fotografica: sul display si vedeva in primo piano un grasso piccione.

sabato 26 febbraio 2011

Raggio di sole

Samantha è una ragazzina di dodici anni che non vuole mai andare al mare, perchè si vergogna della sua pancia rotonda. Non si mette il costume e fa il bagno con la maglietta lunga fino alle ginocchia, per coprire anche le cosce cicciotte.
Quando arriva l'estate inizia l'incubo: ha pure la sfortuna di vivere in una bellissima isola, dove da maggio a ottobre tutti vanno sempre in spiaggia.
Come ogni anno per la fine della scuola,  i professori hanno organizzato una giornata in riva al mare con tutta la classe. Samantha non aveva mai partecipato a questo appuntamento annuale, inventando ogni scusa possibile, ma quest'anno la madre l'avrebbe costretta ad andare. Glielo aveva gia detto: "Sammy quest'anno non voglio sentire scuse alla gita in spiaggia con i tuoi compagni ci andrai che ti piaccia o no!".
Non è una donna cattiva, anzi spera così scuotere un po' quella sua bambina timida e chiusa come un riccio.
"Mamma ti prego, ti prego non ci voglio andare" piagnucola Samantha. Ma la madre è categorica e non vuole sentire ragioni.
La mattina dell'ultimo giorno di scuola la nostra giovane amica si prepara indossando sopra al costume un  paio di pantaloncini larghissimi e lunghi fino sotto il ginocchio e una maglia altrettanto enorme. Spera così di proteggere il corpo dagli sguardi ironici e dai commenti malvagi dei compagni.
Appena arrivano in spiaggia tutte le ragazzine sfoggiano i giovani corpi inguainati nei costumi alla moda, mentre Samantha stende l'asciugamano e ci si siede così come è vestita; non si toglie neanche le scarpe da ginnastica. Odia vedere le sue grassoccie dita nude.
Il gruppo dei ragazzini più fighetti inizia a giocare a calcio riempiendo di sabbia lei e il libro che sta leggendo. Poi uno di loro strilla: "Chi è che vuole  fare il bagno vestita?", un altro risponde: "ma solo Samantha è ancora vestita!", un terzo esclama con foga: "Dai buttiamola in acqua!". Tutti si avvicinano per guardare lo spettacolo e farsi delle belle risate.
Samantha, sebbene faccia un gran caldo,  sta tremando come una foglia. Cerca di difendersi dall'assalto ma ormai il gruppo infervorato le sta quasi addosso, quando sbuca dal nulla un bellissimo ragazzo alto e robusto che avrà sui sedici anni. Due occhi verdi come il mare e lunghi capelli neri a incorniciare un volto da adone e rivolgendosi a Samantha  dice: "Ciao raggio di sole, per caso qualcuno sta disturbando la tua lettura?" Lei rimane basita, allibita e senza parole. I ragazzi si allontanano spaventati da quell'apparizione mentre quel bel pezzo di figliolo si siede accanto a lei in un pezzetto di asciugamano.
"Sai perchè ti ho chiamato raggio di sole? Perchè sebbene hai  ancora la tremarella i tuoi occhioni brillano dall'interno come un raggio di sole. Io mi chiamo Cosimo, alla tua età pesavo  quasi ottanta chili: so cosa stai passando".
Rimangono così a chiacchierare amichevolmente per tutta la mattina, mentre le altre ragazzine sono verdi dall'invidia. Poi prima di andare via lui le da un bacio e la lascia estasiata ad osservare il mare con aria sognante.
Al ritorno a casa ringrazia mille volte sua madre per averla costretta ad andare in gita.

martedì 22 febbraio 2011

Morte: storia di un assassino.

C'è un parte di me, la mia metà, che è perfida e cattiva.
Sento la violenza crescere dentro e non ho controllo sulla mia rabbia.
In quei momenti voglio uccidere: fare a pezzi un essere umano, dopo avergli tolto l'ultimo respiro.
Uomo o donna per me fa lo stesso: non faccio distinzioni di sesso io.
Allora comincio a cercare la mia preda.
Mi aggiro furtivo nei vicoli bui della città nella speranza di incontrare la vittima giusta.
Stasera ucciderò con una lama di rasoio affilata: adoro lo sgorgare del sangue caldo sulle mani.
Ecco ci siamo: di fronte c'è un anziano signore ha uno sporco botolo ringhioso al guinzaglio.
Mi avvicino con una scusa.
"Buona sera, che bel cagnolino, come si chiama?"
L'uomo mi guarda negli occhi e non proferisce parola, il cane invece inizia a ringhiare emettendo un suono come di rombo di tuono, poi mi si avventa digrignando i denti.
"Morte" si chiama così, dice d'un tratto il vecchio.
"Pùò farlo smettere di abbaiare mi rende nervoso" rispondo stringendo nel pugno il rasoio. Avrei sgozzato con immenso piacere anche il cane.
Il signore indica un punto per terra accanto a se e l'animale ci si accuccia con un gemito.
"Tu vuoi ucidermi te lo leggo in faccia e io sono d'accordo perchè non desidero che di morire". Dice mentre mi guarda con due occhi acquosi e tristi.
Io rimango interdetto per un attimo e lui continua a spiegare: "Ci sono solo due motivi per cui non mi sono ancora tolto la vita, il primo perchè me ne manca il coraggio e il secondo perchè non posso abbandonare il mio unico, vero amico: Morte. Io ti chiedo di uccidemi senza farmi subire atroci sofferenze e di prenderti cura di Morte fino alla  morte. Me lo devi promettere."
"E tu ti fidi della promessa si un assassino?" gli chesi.
"Si" rispose.
Tiro fuori il rasoio dalla tasca e mi avvicino dolcemente alla sua gola: "non sentirai troppo male" gli dico per tranquillizzarlo, affondo la lama nella giugulare e il sangue sprizza con forza.
Il vecchio mi muore fra le braccia in pochi secondi e il cane che ha osservato tutta la scena in silenzio, non muove un muscolo.
Adagio il cadavere per terra e solo a a quel punto l'animale gli si avvicina per leccargli il viso. 
Poi i nostri sguardi si incrociano e ci avviamo piano piano lungo il vicolo oscuro: io davanti e Morte subito dietro. 

venerdì 11 febbraio 2011

Racconti poesie pensieri: La gatta e il merlo - Un racconto per bambini

La gatta e il merlo - Un racconto per bambini

La gatta è anziana e guarda sorniona un cucciolo di merlo saltellante nel giardino. Vorrebbe cacciarlo e divertirsi un po' con lui ma è una gatta molto pigra, nata per evitare inutili fatiche. Inoltre con l'andare dell'età tali sforzi gli risultano ancora più odiosi.
Attende quindi placidamente che la preda si avvicini il più possibile ai suoi artigli. Questo le dice l'istinto.
Il merlo invece è giovane e inesperto, ha tanta voglia di saltellare in giro e non vuole proprio che lei lo acchiappi, però si diverte a provocarla passandole a distanza un po' troppo ravvicinata.
Il gioco prosegue avanti e indietro sempre più vicino al pericolo.
La gattona si prepara all'attacco. Fa un bel salto e acchiappa il povero piccolo merlo. 
"Ti prego, ti prego non mi mangiare" la supplica lui.
"Dammi una buona ragione per salvarti la vita" replica lei con voce melliflua.
"Potrai cacciarmi altre volte e ci divertiremo, giocheremo insieme ed io sarò sempre la tua preda. Diventeremo amici!" dice il merlo con entusiasmo.
"Ma io sono vecchia e non ho più voglia di correre e saltare." risponde lei un po' triste. "Inoltre i gatti non sono amici dei merli".
"Ecco una buona ragione per lasciarmi libero" insiste lui "io ti farò tornare la voglia di giocare come quando eri una piccola gattina che rincorreva i gomitoli per casa".
"Ok d'accordo accetto. Quando cominciamo?" chiede la gatta.
"Appena mi toglierai le tue zampe di dosso" risponde il merlo.
Lei lo lascia libero e lui si alza in volo, si posa sul ramo di un albero e da lassù le strilla: "grazie di avermi lasciato libero" e se ne vola via.
La gatta rimugina fra di se pensando a quanto è stata stupida a fidarsi di lui, quando alzando gli occhi al cielo vede piccolo merlo atterrare sull'erba del giardino, assieme  altri giovani merli come lui e tutti vogliono giocare con "nonna gatta".
 Senza neanche rendersene conto la micia si ritrova a rotolarsi e a saltare fingendo di cacciare i piccoli volatili: si sta divertendo un mondo.
Ma la scena più bella se la ritrovano di fronte i proprietari del giardino, quando rientrano a casa trovano la loro gattona distesa a pancia in su con tanti piccoli uccellini che le saltellano intorno.
Loro non possono sentirli ma stanno strillando tutti insieme "acchiappaci ancora nonna gatta, acchiappaci ancora!"


lunedì 7 febbraio 2011

Il tatuaggio segreto

Avevo visto solo una volta il tatuaggio di Sara e di sfuggita mentre faceva la doccia. Mi pare che raffigurasse una rosa con delle gocce di sangue. Il colore rosso era molto acceso. La mia curiosità  nei suoi confronti era aumentata da quando la nostra comune amica me ne aveva parlato; solo che io e Sara uscivamo insieme da pochi giorni ed eravamo ancora due estranei. Cioè lei e la sua storia erano avvolti in un alone di  mistero: credo sia stato quello all'inizio il motivo per cui ero così ossessionato da lei.
Questa amica mi aveva raccontato che al ritorno da un viaggio in Messico Sara era molto cambiata, la sua solare allegria e l'energia irrefrenabile erano state annullate da un perenne sguardo di una tristezza infinita.
"Ho visto cose che mai avrei creduto di poter vedere" le aveva detto risolutamente " e ne porterò per sempre il segno".
Si era alzata la maglia e su un fianco all'altezza dell'inguine aveva mostrato il suo marchio: una rosa di un rosso carminio intenso e brillante con delle gocce come di rugiada, ma rosse di sangue.
C'era stato qualcosa che aveva sconvolto la mente della nostra comune amica: insisteva nell'affermare che il tatuaggio di Sara era "vivo".
Cosa intendesse dire non mi fu chiaro fino a quando non ebbi modo di subirne io stesso le fatali conseguenze.
Invitai Sara a cena a casa mia, avevo cucinato il pesce, benino tra l'altro, e lo avevamo annaffiato con un paio di bottiglie di vino bianco ghiacciato.
Sara sembrava tranquilla e rilassata: in effetti aveva anche bevuto la maggior parte del vino.
Ci sedemmo sul divano e mi disse che era stata in Messico, che era stato il suo primo viaggio da sola e senza agenzie.
Raggiunta Città del Messico in aereo aveva proseguito in pullman verso una piccola cittadina dove un anno prima aveva adottato un bambino a distanza.
L'associazione presso la quale aveva fatto l'adozione l'aveva invitata a visitare la famiglia cui dava un supporto mensile e lei aveva accettato.
Appena giunta presso la sede dell'associazione l'avevano portata con una specie di jeep fino al villaggio dove viveva il bambino, e si era fermata qualche giorno lì con loro.
il capo del piccolo villaggio, un uomo anziano con grandi tatuaggi nel viso e nelle braccia, l' aveva accolta con molte onoreficienze e l' aveva sistemata in una "cabagna", casetta fatta di legno e fronde di palma, poco distante dalla propria. 
Durante la notte aveva sentito dei passi che andavano e venivano dalla casa del capo, poi dolcemente si era addormentata, cullata da una nenia cantata in lontananza.
Il mattino dopo si era svegliata molto presto e aveva camminato un po': man mano che incontrava gli abitanti notava che ognuno portava addosso dei bellissimi tatuaggi colorati, che prevalentemente rappresentavano animali.
 Vide passare tigri, serpenti e pantere ed erano così belli e così nitidi che sembravano reali.
Venne a sapere da alcune donne del villaggio che il capo tribù era un potente sciamano: era lui che eseguiva quei meravigliosi lavori sulla pelle. 
I tatuaggi che lui eseguiva erano amuleti per proteggere il suo popolo dagli spiriti del male: portatori di disgrazie e malattie.
I passi che aveva sentito durante la notte erano quelli degli abitanti che andavano a turno a farsi tatuare.
Sara chiese di essere tatuata la notte successiva e rimase in trepidante attesa per tutto il giorno: lo sciamano le aveva detto di non pensare al tatuaggio perchè il disegno sarebbe apparso sulla sua pelle direttamente dalla bacchetta intinta nel colore.
A questo punto della storia fece una pausa e mi guardò con i suoi grandi occhi neri, poi alzo la maglia e abbassò un poco i pantaloni sul fianco sinistro: non potevo credere ai miei occhi.
Lì davanti a me una rosa rossa e lucida pulsava palpitante e grondante di sangue, che sembrava scendere in gocce sulla sua pelle.
Mi stropicciai gli occhi più e più volte, credendo che fosse colpa del vino,  ma lei rimaneva ferma immobile e continuava a mostrarmi il fianco.
Poi  parlò: "Questo fiore è il mio cuore, quando piange e le lacrime mi bruciano la pelle vuol dire che sta accadendo qualcosa di brutto. Lo sciamano mi disse che avevo il dono della preveggenza e che il disegno rappresentava il mio dono."
L'aria si era fatta pesante, mi avvicinai alla finestra e la aprii per respirare. Mi sentivo soffocare.
Vidi il lampeggiante della Polizia e la loro macchina che si avvicinava a casa mia.
Per istinto scesi le scale e mi avvicinai.
"Scusi" disse uno dei due poliziotti scendendo dall'auto "è successo un incidente molto grave, stiamo cercando il signor "De Luca Gianni."
"Si sono io" risposi.

giovedì 3 febbraio 2011

Il sequestro

Successe in estate. Ricordo che faceva molto caldo, sia a New York sia nel sobborgo dove abitavamo. Mia moglie e io avevamo appena litigato, e Rachel aveva caricato le bambine sulla giardinetta. Mi avvicinai al finestrino della macchina e lei mi guardò:
- Vado qualche giorno dai miei a Reno, voglio calmarmi e riflettere, e poi le bambine là hanno la piscina - mi disse. Aveva il volto disteso e rilassato ma le mani poggiate sul volante tradivano un leggero tremore. Io la guardai: - sapevi che ero un sbirro quando mi hai sposato, lo ero già. E sapevi come sarebbe stata la nostra vita – le dissi. – E’ vero Steve lo so, me lo dici sempre ma, le cose cambiano e le nostre bambine stanno crescendo senza di te. Da quando ti hanno promosso Detective della Omicidi non hai più un attimo di tempo per la tua famiglia – si fermò un istante – non hai più tempo per me.-
- Papà perché alla mamma scendono le lacrime?- squittì Susan la più piccola delle due, allora aveva quattro anni e un grosso ciuccio in mano, mi fissava con la  testolina reclinata di là dal vetro. La più grande, Carol le rispose – stai zitta, papà e mamma stanno discutendo - aveva un’ aria molto seria. Susan allora si sganciò dal seggiolino e scavalcò Rachel tentando di uscire dal finestrino e arrampicarsi sulle mie braccia. Scese dall’auto anche Carol. – Ascolta tesoro facciamo così – le dissi aprendo lo sportello per abbracciarla – tu e le bambine andate dai nonni, lasciami concludere questa maledetta indagine, appena avrò arrestato quel bastardo stupratore di Drake che sta terrorizzando la città da mesi, ti prometto che risolveremo tutto come abbiamo sempre fatto. Ricordati che noi due ci amiamo davvero, non dimenticarlo mai -.
Le mi sorrise appena – ho paura per te – mi disse – speriamo che quest’incubo finisca presto. Poi ci abbracciammo stretti e mormorò – ti amo anch’io maledetto sbirro -.
Le bambine nel frattempo stavano saltellando sul selciato, le mie due bambole d’oro. Sentivo già la loro mancanza, sapevo che sarebbe stata dura per noi: in nove anni di matrimonio non ci eravamo mai allontanati l’uno dall’altra per più di una notte o due.
Rachel sembrava più calma adesso, fece risalire le nostre piccole pesti sulla giardinetta, mi sfiorò le labbra con un bacio e se ne andò prima di scoppiare di nuovo a piangere.
Le guardai andar via salutandole con la mano finchè non imboccarono la strada per l’aereoporto, poi rientrai in casa.
Sentivo alla bocca dello stomaco una specie di crampo, un inquietante sensazione di pericolo, lì al momento la scambiai per rabbia: mi sentivo impotente e furioso, una brutta combinazione e poi mi sentivo solo.
Presi una birra ghiacciata, il caldo torrido di quell’estate newyorkese sembrava premere sulle finestre dei palazzi: lottando contro le migliaia di condizionatori che appestavano la città permettendo agli abitanti di sopravvivere.
Accesi lo stereo e mi sedetti sul divano, le prime note di “Last train home” riempirono la stanza: Pat Metheni ha sempre avuto su di me un effetto calmante, la musica mi placa e mi aiuta a pensare.

Ero immerso nell’ascolto quando il telefono squillò: - Pronto capo sono Ben, sono in ufficio – La voce del mio vice era molto tesa. Ben Stone è un ragazzo biondo e alto, con un faccione da angelo e un fisco da lottatore di wrestling. E’ l’ uomo pù cortese e mansueto che abbia mai conosciuto, ma in quel momento era molto agitato.
- Ciao Ben dimmi ci sono novità? – chiesi. “Si, novità molto importanti, ricordi la ragazza aggredita da Drake che è riuscita a salvarsi? Jennifer Gray,  la nostra unica testimone, ecco lei è qui nel tuo ufficio. Non voleva assolutamente parlare con noi perché era troppo spaventata ma adesso ha cambiato idea. –
Saltai su dal divano e risposi: - Ok Ben ascoltami bene, io arrivo subito, tu nel frattempo lasciala tranquilla, portale un caffè e aspettami. – Mi infilai un paio di jeans e salii in macchina, l’abitacolo era un forno e il volante mi bruciava le mani ma correvo veloce verso Brooklin.
Mentre guidavo cercai di immaginare questa povera ragazza che aveva subito violenza dal quel maniaco figlio di puttana e ne era uscita viva, probabilmente suo malgrado. Pensai a Rachel, ai suoi occhi spaventati e sperai che stavolta fosse quella buona, volevo arrestare il bastardo e vederlo marcire in galera.

Arrivai davanti agli uffici del Dipartimento e salii due rampe di scale,  fuori l’ asfalto si scioglieva e dentro l’aria condizionata mi fece rabbrividire. La nostra sede di Brooklin è un grattacielo di vetro e acciaio dove gli ambienti non hanno pareti, solo tante scrivanie e facce diverse separate appunto da vetro e acciaio. Fortunatamente i detective hanno uffici chiusi e separati e dentro il mio, Ben mi stava aspettando gettando occhiate preoccupate verso il vetro che separa la mia stanza da quella degli interrogatori. Dall’altra parte c’era una ragazza seduta, una giovane dallo sguardo perso nel vuoto e un caffè tra le mani. 
- E’ lei? – Chiesi?
- Si capo – rispose Ben, sua madre l’ha convinta a parlare con noi. E’ stata aggredita mentre tornava a casa, lavorava in un bar. Sempre lo stesso metodo, uno straccio imbevuto di etere sulla bocca in un luogo poco illuminato, non lontano da dove vive.
- Sicuramente l’aveva spiata per giorni, conosceva i suoi orari e i suoi spostamenti . Avrà studiato l’assalto. Come le altre vittime, Drake l’aveva caricata sul suo furgone e probabilmente voleva violentarla, per fortuna il bastardo era stato messo in allarme da qualcosa o qualcuno ed era fuggito di corsa, gettando Jennyfer Gray in mezzo alla strada, per questo non l’ha uccisa.  Questo lo so già Ben, è nel rapporto –
Mi rispose mentre cercava di togliere granello di povere invisibile dalla cravatta:
 -Ha detto di aver cercato di sollevarsi e che poi qualcuno, forse uscito da una casa lì di fronte,  l’aveva soccorsa.-
Com’era sensibile  Ben lo si capiva dalla sofferenza con cui mi faceva quel resoconto. Comunque proseguì cercando di tenere a freno l’ansia. -  Per giorni era rimasta sotto shoc, ricoverata in ospedale. Quando l’hanno dimessa è tornata a casa ma era troppo spaventata per parlare con la polizia. Sono trascorsi alcuni giorni poi stamani la madre della ragazza ha chiamato il nostro ufficio. Così sono andato a prenderla-.

Attesi un momento che Ben riprendesse fiato, non avrei potuto fare a meno di lui anche se rimaneva in silenzio ad assistere: a dispetto della sua immensa timidezza il mio vice aveva una faccia così rassicurante e due occhioni blu intensi che gli consentivano di trasmettere fiducia fin dal primo istante.
Entrammo e mi sedetti di fronte a lei, Ben invece le si mise accanto. Sembravano David e Golia: lui enorme lei piccola e minuta, entrambi biondissimi. 
- Ciao Jennyfer sono il detective Steven Tomson, apprezzo molto la tua decisione, non deve essere facile per te affrontare tutto questo. – La ragazza mi guardava in silenzio aspettando che proseguissi. Era molto pallida, aveva un bel viso incorniciato da lunghi capelli biondi. – Inizia a raccontarmi che cosa è successo quella sera, abbiamo bisogno del tuo aiuto per riuscire a fermare quel pazzo-.
Mi disse come Drake l’aveva sorpresa e narcotizzata poi aveva ripreso i sensi all’interno del furgone, era molto buio, dentro c’era lo stesso odore delle autofficine. Lui le stava addosso e le tappava la bocca, aveva udito delle voci venire da fuori. Drake si era fermato, si era sollevato e le aveva messo le mani sulla gola, voleva ucciderla ma aveva una gran fretta di andarsene quindi l’aveva spinta fuori da furgone ed se n’era scappato.

Decidemmo di fare una pausa, Ben si alzò per pendere altro caffè e il telefono della mia scrivania squillò. Quando alzai la cornetta per rispondere sentii un brivido lungo la schiena e fui certo che qualcosa non andava.
Detective Tomson – dissi. – Steve sono Rachel aiutami, Devil Drake ha rapito me e le bambine, c’era un uomo in  panne, mi sono fermata per soccorrerlo e …- La comunicazione venne interrotta. – Pronto Rachel! Pronto! - Niente, qualcuno aveva chiuso.
Ben appena realizzato cosa era successo si era messo in azione: stava chiamando il capitano del nostro dipartimento e cominciava a diramare avvisi e a organizzare posti di blocco.
Io ero paralizzato, intrappolato dal panico quando il telefono squillò di nuovo:
- Ciao detective sono il tuo peggiore incubo e ho qui la tua moglie e le bambine, abbiamo intenzione di fare un lungo viaggio insieme, molto lontano da te-.
Sentivo Susan la più piccola piagnucolare in sottofondo e la voce di Rachel che cercava di rassicurarla. -Dimmi cosa vuoi da me bastardo – esplosi urlando – se le tocchi sei morto lo sai vero? – Sentii una voce fredda e dal tono basso che mi diceva: - Voglio una nuova identità, un passaporto straniero e tu che mi accompagni all’aeroporto. C’è un volo New York – Caracas che parte stasera. Hai tre ore di tempo, cerca di sbrigarti altrimenti mi potrei divertire molto con tutte e tre. Clic – La voce non c’era più.
- Devo stare calmo - dissi a me stesso ad alta voce – devo stare calmo se voglio riportarle a casa. -  Ben è al mio fianco, abbiamo dimenticato la nostra testimone, che ci sta fissando con gli occhi gonfi di lacrime.
Ben le si avvicina e si rivolge a lei con dolcezza – Mi ascolti signorina Gray, adesso abbiamo ancora più bisogno del suo aiuto. Deve cercare di ricordare se qualcosa nei giorno precedenti la sua aggressione le è sembrato fuori dal normale, una persona sospetta, un auto, qualunque cosa. Lei chiuse gli occhi tentando di concentrarsi, poi parlò – Ho avuto la sensazione che qualcuno mi spiasse, mi pedinasse. Ecco, adesso ricordo di aver notato un furgone davanti al bar dove lavoro. Uno di quelli che usano gli operai delle società elettriche o telefoniche. Ma poteva essere chiunque.-
- Ti prego Jennyfer, stai andando molto bene, cerca di fare ancora uno sforzo. Prova a visualizzare il furgone e a descriverlo. – Le dissi io.

Dovevo avere un aspetto spaventoso infatti si rivolse verso e Ben e proseguì: - Credo di aver notato lo stesso mezzo anche sotto casa mia una mattina, aveva una scritta rossa sulla fiancata -. Poi mi aveva chiesto un foglio e una penna e si era messa a scrivere : CAR SERVICE – 124, 58ma Highway Brooklin. – Sicuramente ho letto e memorizzato quella scritta, ma la mia memoria deve averla cancellata a causa dello shock- .
Saltai in piedi insieme a Ben – Dobbiamo correre – gridai – avverti le pattuglie più vicine, andiamo-.
Arrivammo sul posto e vedemmo il furgone parcheggiato fuori, entrai per primo con la pistola in mano e Ben alle mie spalle. Vidi quel bastardo di Drake puntare un’arma contro Rachel e le bambine. Le aveva fatte sedere per terra e poi legate a un a colonna di cemento. Ero colmo di rabbia, letteralmente in preda ad una furia omicida. Gli arrivai in silenzio alle spalle e le puntai la pistola alla tempia. – Mi tremava la voce- Ti ammazzo – Gli dissi.
Lui aveva abbassato l’arma ma io no, continuavo a premere con la bocca della pistola contro la sua tempia quando sentii la voce di Ben dietro le mie spalle che mi chiedeva di consegnarli la pistola. Me la tolse di mano che ancora tremavo, allora mi precipitai da Rachel, le piccole piangevano, chiamavano il mio nome: le abbracciai forte dicendo loro che era tutto finito.
Mia moglie piangeva e mi baciava mentre cercavo di slegarle. Uscii tenendo in braccio Susal e Carol, con Rachel aggrappata al mio braccio.
Le pattuglie e l’ambulanza con i lampeggianti accesi, il caldo del pomeriggio era mitigato da una brezza leggera che le scompigliava i capelli. Avevo voglia di andare a casa. Salimmo in auto in silenzio.
Distesi sul letto, le bambine che dormivano abbracciate nell’altra stanza, facemmo l’amore a lungo, come se fosse la prima volta. Anzi come se fosse l’ultima.

giovedì 27 gennaio 2011

INCUBO

L'anziana signora era in casa a sbrigare qualche faccenduola domestica, fuori stava facendosi buio e un'ansia latente prendeva piede in cuor suo. Non si sentiva tranquilla.
Dalla finestra della cucina osservava e ascoltava il giardino con i suoi sinistri rumori: il cancelletto cigolante in fondo alla siepe, un rumore  di passi sulla ghiaia.
"Qualcuno vuole entrare in casa mia" pensava la poverina" e mi vuole uccidere..."
Allora decise di spegnere tutte le luci e di rimanere in ascolto, tesa come una corda di violino. Era sicura di sentire altri passi sempre più vicini.
Sebbene avesse sprangato porte e finestre sapeva che lo sconosciuto omicida sarebbe riuscito ad entrare lo stesso.
A quel punto il panico prese il sopravvento e il suo cuore iniziò a battere facendo qualche capriccio. L'anziana donna voleva chiamare aiuto ma non riusciva a muoversi tanto era paralizzata dal panico.
Il tempo scorreva lentissimo nella sua testa e non sapeva più quanti secondi o minuti fossero trascorsi.
"Ma perchè proprio stasera ho deciso di rimanere sola" si chiedeva sconsolata"però non ho deciso io" continuò "è che improvvisamente a una cert'ora tutti avevano qualcosa da fare." 
La maniglia della porta iniziò a girare lentamente e il respiro le si fermò in gola: non era più una ragazzina ormai e gli acciacchi dell'età iniziavano a farsi sentire, ma il suo cuore fino ad oggi non le aveva mai dato problemi. Adesso però accellerava e ballerino rallentava, mentre un dolore al braccio sinistro la fece spaventare del tutto.  
La porta si aprì lentamente nel silenzio più totale: adesso era spalancata come la bocca della signora. "Buon compleanno nonna, buon compleanno nonna" cantavano figli e nipoti entrando felici nella stanza.
Lo spettacolo che si trovarono di fronte li  raggelò: la vecchia nonna con gli occhi sbarrati e le mani strette al petto morta stecchita: era proprio il giorno del suo settantesimo compleanno.

sabato 1 gennaio 2011

BUONA FINE E BUON PRINCIPIO

Quattro ragazze decidono di trascorrere l’ultimo dell’anno a Cortina: tutte libere e belle, molto pronte per attrarre maschi temporaneamente liberi e belli anche loro.
Partenza alle tre del pomeriggio da Firenze: appuntamento a casa della Francesca, zona Piazzale Michelangelo, che ha una macchina bomba, una BMW X6, nera superaccessoriata, davvero di lusso.
Le quattro moschettiere meritano una accurata descrizione.
La Francesca è una cavallona di un metro e ottantatre, mora, extention lunghe fino al culo, davvero notevole tra l’altro, due tette notevoli anche loro, ma rifatte. Grandi occhi verdi, con ciglia al super mascara, una bocca carnosa e sensuale. Ha 34 ed è single perché separata da pochi mesi. Ha dei genitori ricchissimi e lei oltretutto è anche la cocca del papà, cosa che sfrutta abilmente ottenendo qualsiasi cosa le passi per la testa. Vuole partire subito.
Poi c’è la Sofia, i genitori fanno parte della media borghesia fiorentina come quelli delle altre due, anche lei è molto bella, un poco più bassa della prima, capelli color rame, magrissima, gambe chilometriche e un seno abbondante e naturale. A 29 anni fa ancora la modella perché sembra sempre una bambina con le trecce. Ha voglia di bere, ed è presto.
La terza, la Chantal, alta circa uno e settantotto, ha il padre di colore, dei Caraibi, forse Cuba. Uno schianto di cinquantenne che fa lo psichiatra. La madre invece è di Firenze. La pelle di Chantal ha il colore del cioccolato al latte, sfoggia un fisico da pantera, ottenuto con ore di danza e palestra. In più ha due enormi occhi nocciola e una bocca grande e piena di denti bianchissimi. Ha 30 anni e una serie di fidanzati che non se li ricorda tutti neanche lei. Dice che è tempo di dare inizio ai festeggiamenti.
Poi per chiudere in bellezza c’è la Melania , la più piccola, che compie 25 anni stanotte, è nata infatti il primo gennaio poco dopo mezzanotte. Non è molto alta rispetto alle altre tre, ma ha un corpo e un viso da lolita, sembra un angelo con quegli occhi immensamente azzurri e la carnagione bianchissima. Un tipo efebico. Seno piccolo ma corpo perfetto: un culo d’oro e gambe ben tornite. Vuole farsi un tiro di coca.
Tosta e dispettosa come poche si contende la leadership del quartetto in perenne competizione con Francesca che essendo la più vecchia e la più ricca, la pretenderebbe di diritto.

“Potevi caricare in macchina direttamente l’armadio Francy… ridacchia Melania limandosi un unghia rossa laccata.” Guarda che stiamo via tre giorni non tre settimane”.
“Non mi chiamare Francy innanzitutto se non vuoi andare a piedi troietta, mi porto quello che cazzo mi pare dato che la macchina è mia”. Risponde cortesemente Francesca sbuffando e gettando a terra due valigie strapiene.
“Dai figliole, interviene Chantal mentre si sistema i ricci afro ribelli dentro un cappellino di lana rossa, “ se si ‘omincia subito ‘osì io un ci vengo” Nonostante il colore e i lineamenti del viso da pantera parla spiccatamente toscano, anzi fiorentino. “Sofia diglielo anche te a queste du’ strulle, ci s’ha da fa’ quattr’ore di viaggio” dice.
“E’ vero ragazze smettetela” langue Sofia, lei è sempre molto pacata e svampita, parla a voce bassa tanto che spesso non si capisce quello che dice e deve ripetere. Se ne frega di tutto e di tutti ad un punto tale che la gente immagina provenga da un altro pianeta.

Tra un battibecco e l’altro e con l’auto stracarica di valigie riescono a partire. Appena imboccata l’autostrada si guardano tutte e quattro e esclamano all’unisono: “cominciamo a festeggiare subito!”.
Di fronte a ognuna c’è uno specchio per il trucco, un monitor per vedere film o andare su internet e un mini bar centrale molto ben fornito.
Melania tira fuori dalla borsa con espressione furbetta un sacchetto di plastica trasparente: all’interno c’è un sasso bianco e polveroso.
“Ragazze questo è il meglio del meglio, una cosa del genere non l’avete mai assaggiata e neanche io. Me l’ha portata ieri sera il mio amico brasiliano, quello che fa i viaggi da là all’Italia: ha detto che è una cosa speciale per il mio compleanno". Poi mentre preparava tre strisce prosegui: “A parte che me lo sono fatto perché è un fico della madonna, ma questo non c’entra, appena arrivato me l’ha fatta assaggiare e vi posso assicurare che è strabuona.”
Francesca quando guida non beve, non fuma e non tira. Inoltre non permetterebbe a nessun’altro di guidare il suo bolide. Le altre invece si incipriano il naso diverse volte durante il viaggio e si stanno divertendo.

Giunte alla barriera di Milano sud decidono di fare una sosta in autogrill: bere e tirare stimola molto la vescica. Sebbene un po’alterate le ragazze non sono tese perché la coca che hanno consumato è molto vicina alla purezza. Non contiene anfetamina, cioè rende apparentemente lucidi i pensieri e trasmette un diffuso benessere psico-fisico senza provocare nervosismo e agitazione. Infatti non digrignano i denti.
Quando le quattro bellezze scendono dall’auto, per dirigersi verso il bagno delle signore, tutti i maschi presenti fuori dal bar osservano passare tutto quel ben di dio con gli occhi di fuori. Non sentono più neanche la morsa del freddo intenso di fine dicembre. Anzi la maggior parte di loro decide di aspettare che escano per ammirarle ancora.

“Ehi ragazze questo cesso è un vero cesso” dice Francesca sistemandosi le autoreggenti.
“Davvero a me mi fa rivoltà lo stomaco” risponde Chantal “mi scappa da vomitare” e si volta di scatto appoggiando la mano sul lavandino.
“Forza usciamo subito da qui” sospira Alice con la mano a molletta sul suo bel nasino.
“Andiamo al bar così ci facciamo sbavare ancora un po’ dietro dai camionisti, avete visto come ci guardavano?” Melania parla e intanto si sta guardando il culo nello specchio come per essere sicura che sia ancora lì. Mentre stanno per uscire si avvicina una zingara con alcune rose in mano:”Prego belle signorine, 5 euro una rosa e vi leggo la mano”. La osservano con espressione disgustata dalla quale non traspare un minimo di umanità, poi Francesca parla:"Dio che puzzo, stai alla larga, il tuo odore è insopportabile”, le fa eco Melania:” forse appesta così perché vive nei cessi.” E giù risata generale.
Ma la donna le sfida con sguardo fiero, puntando i suoi crateri neri contro ognuna di loro. Poi scandendo molto lentamente le parole dice: “ possiate subire voi stesse ogni umiliazione che avete inferto ad un altro essere umano. Accadrà molto prima di quanto pensiate.”

Detto ciò dando le spalle alle ragazze e se ne va rercitando sottovoce una specie di litania.
Seguite dai fischi e dai commenti un po’ volgari dei camionisti le ragazze salgono in macchina chiudendo tutti e quattro gli sportelli insieme e filano via come il vento.
Nel giro di un paio d’ore sono già nella suite del loro albergo, con Francesca la velocità di crociera si aggira tra i 190 e i 220 chilometri orari. Come da programma il posto è splendido, di gran lusso, con delle stanze enormi e una vista mozzafiato delle alpi innevate. Ma loro sono molto più interessate ad un altro tipo di neve.
“Sofia perché non esci per un attimo dal tuo universo parallelo e prepari quattro righe” suggerisce Francesca, poi ci ripensa e dice “anzi no, lascia perdere ci penso io, che mi devo rimettere in pari con voi tre”.
“Bimbe perché un ci si ‘ambia, e ci sa da provassi dumila vestiti, ‘ndiamo su" dice Chantal.
Insomma tra cambi d’abito, bottiglie del minibar vuote e quant’altro alle 21 sono pronte per presentarsi alla cena presso la dimora di un certo conte, un nobile di origine francese che ha poco più di vent’anni e spende svariate migliaia di euro in sontuose cene al castello di famiglia.

Prendono l’ascensore e guardandosi nello specchio, osservando la loro sfolgorante bellezza, non si sentono più così sicure, è come se da quella cabina di un metro quadro emanasse un opprimente sensazione di minaccia. Arrivano in silenzio fino al piano terra poi, apertesi le porte, tutto sembra a posto: le luci delle macchine, la gente che corre a festeggiare, la musica.
Raggiunsero l’auto con l’animo risollevato:” Forza belle gnocche mica avrete creduto alle farneticazioni di quella mentecatta?” Chiede ridendo Melania. Le altre in coro rispondono che neanche per idea pensavano a quella zingara schifosa.
Salgono sul loro super bolide e partono, sebbene adesso l’autista non sia più così sobria come prima. Con la musica a tutto volume e loro che strillano non si accorgono di un ragazzino che è sul ciglio della strada e vuole attraversare, la macchina prosegue veloce quando ad un tratto sentono un tonfo sul cofano. Al momento non ci fanno caso, poi Francesca vede dallo specchietto retrovisore un corpo a terra e dice: “Ragazze mi sa che abbiamo fatto secco uno, che facciamo lo lasciamo lì? Sennò addio cena”
“Non mi sembra una buona idea”, sibila Melania incazzata “non lo sai che l’omissione di soccorso prevede la galera. Inchioda e torna subito indietro, cerchiamo almeno di capire se quel bastardo è vivo o morto. Porca troia”
Scendono dall’auto e si avvicinano con cautela. “Mi sà che i ragazzo l’ è morto, un respira e un gli batte i’ cuore. Cazzo allora l’è morto pe’ davvero” mormora Chantal.
Mentre cercano di prendere una decisione sul da farsi, tra moccoli e imprecazioni varie il loro gioiellino si è messo in moto e sta sparendo a tutta velocità. Francesca inizia a corrergli dietro urlando: “bastardi, maledetti, giuro che vi ucciderò”. Cosi adesso l'auto non c’è più.

Nel frattempo molte persone si sono radunate intorno al piccolo cadavere, le ragazze le raggiungono proprio mentre stanno voltando il corpo a pancia in su. Quel volto è il volto di uno zingaro. Il panico piano piano si sta insinuando in loro. Anche tutte quelle persone sono zingare: c’è una giovane donna che accarezza piangendo il corpicino.
Si fa avanti un signore anziano dai folti capelli bianchi legati dietro la nuca. Lui è il capo del clan e tutti gli altri lo rispettano e gli sono devoti. Prima squadra bene le quattro donne che istintivamente indietreggiano di qualche metro poi le apostrofa così: “ Il vostro bolide ha schiacciato il piccolo Aramil come se fosse un ratto. Ed è proprio questo il valore che ha per voi la sua vita, quello di un ratto. Bene adesso però noi non chiameremo la polizia e neanche voi lo farete, perché abbiamo altri programmi per lorsignore.
Melania e Francesca tentano un accordo: “Senta signor capo tribù, abbiamo la possibilità di garantirvi un indennizzo molto alto per questa fatale disgrazia, quindi cerchiamo di venire al sodo. Quanto volete?”
Il vecchio ordina ai suoi di accerchiare le ragazze, che si spaventano ancora di più, poi sentenzia con voce grave: “tutto il vostro oro, i vostri gioielli e i conti in banca non possono ripagare neanche un capello della vita spezzata di Aramil. Vi assicuro che il denaro non vi servirà a niente dove andrete. Dovrete pagare per la sua morte subendo quello che lui ha subito nella sua breve vita.
Le quattro amiche adesso sono davvero terrorizzate, si guardano l’un l’altra senza avere il coraggio di parlare.

Alcuni uomini armati le sbattono dentro un furgone tutto scassato e talmente sporco che sembra un porcile. Il viaggio non finisce mai: attraverso una serie di strade sconnesse arrivano ad un enorme campo nomadi del nord italia. Sempre gli stessi uomini armati le accompagnano alla loro roulotte e lì le rinchiudono in attesa di nuovi ordini.
Rimaste sole tentano di elaborare un piano di fuga ma affacciandosi all’oblo si rendono conto che fallirebbe miseramente. Allora si guardano, si abbracciano e scoppiano in un pianto disperato. Sanno che la polizia non inizierà le ricerche prima di una settimana, e che non c’e via d’uscita.
“Ragazze ci sono i topi qua dentro ne ho visto passare uno, credo che di sentirmi leggermente male” dice Sofia con un alito di voce, poi sviene addosso a Chantal che per non farle sbattere una botta in terra la adagia delicatamente su un materassino lurido e unto che sembra essere il letto.
Mentre cercano di farla rinvenire la porta della roulotte si apre e vengono lanciati alcuni stracci sul pavimento di linoleum consumato.
“Che cazzo sono questi, forse vogliono che puliamo!” esclama Melania, ma viene subito interrotta da una giovane voce femminile dal tono molto crudo: "Quelli che voi chiamate stracci sono gli abiti che io e le altre donne del clan indossiamo ogni giorno. In onore di mio figlio defunto Aramil, voi adesso indosserete questi stracci e darete a noi i vostri abiti da puttane: li riavrete indietro insieme ai cellulari quando sarà il momento.
L'immensa umiliazione avrebbe impedito alle quattro di uscire vestite come la zingara che avevano infamato e sbeffeggiato poche ore prima, ma non potevano certo rifiutarsi di fronte alla voce tagliente della madre di Aramil.

Chantal con le lacrime agli occhi dice alle altre: “so’ siura che voi vu ci pensate quanto ci penso io, però nessuna c’ha ‘l coraggio di dirlo.” “Di dire cosa?” chiede esitando Melania “che quella zingara in qualche modo è coinvolta in quest’incubo – conclude Francesca.
Sentono qualcuno armeggiare con la serratura, la porta si apre e il capo anziano le fa uscire dalla rulotte perché tutti possano ammirarle. Ci sono risa e schiamazzi mentre le quattro figliole si tengono strette una all’altra per farsi coraggio: fuori è buio e fa molto freddo.
Appena il capo alza la mano ogni rumore cessa e lui si rivolge alle fanciulle: “Forse non ci crederete ma anche noi festeggiamo il natale, pur essendo esseri inferiori ai vostri occhi. Non solo, per l’ultimo dell’anno facciamo una festa ancora più grande in quell’immenso tendone che vedete di fronte a voi. Allo scoccare della mezzanotte inizia il cenone.

Il vostro compito, mie eleganti e nobili signore sarà quello di servire a tavola circa ottocento persone sedute a cerchio attorno ad un immenso tavolone. Guai a voi se combinate la minima cazzata, la punizione sarà esemplare.
Entrando nel tendone credono di trovarsi in un girone dell'inferno,pieno di fumi e di nebbia : c’e una musica gitana sparata a milioni di decibel. Gli uomini seduti a semicerchio sono già ubriachi, mentre le donne stanno nell’altra metà del cerchio. Loro sono le uniche a servire, in cucina ci sono diversi cuochi tra cui una è oltremodo perfida: al punto da estrarre una teglia incandescente dal forno e passarla alla Francesca ustionandole la mano.
Alla fine del servizio, verso le sei e mezzo del mattino le ragazze esauste riescono a scambiare una parola. Sono state derise, maltrattate, palpate dappertutto. Hanno dovuto subire le avances di uomini arrapatissimi di mezza età, che non avendo mai avuto una simile opportunità, le costringevano a sedersi sopra di loro infilando le zozze mani dappertutto. Le donne invece appena una delle quattro serviva un piatto qualsiasi la prendevano per i capelli sbattendole la testa sulla tavola, con la scusa che non avevano ordinato quella pietanza.
Mentre si avviano verso il loro porcile, piangono silenziosamente, poco dopo essere entrate sentono di nuovo trafficare e la porta viene chiusa.

“Ragazze non possiamo resistere un altro giorno in queste condizioni” dicono Melania e Francesca che da quando sono nell’incubo non hanno più avuto un alterco. Anzi durante la cena Francy ha cercato di proteggere la Mel con la sua stazza, per quanto a potuto.
“ L’unica cosa che sono riuscita a salvare” prosegue Melania “ è il sacchetto di coca: avrei tanta voglia di una bella striscia”. Quella notte però è tutto diverso: si guardano come se si vedessero per la prima volta, senza nessuna maschera. E’ piacevole passare qualche ora con un benessere non solo dovuto alla sostanza ma a una bella armonia che è nell'aria fetente di quella maledetta roulotte.
“Lo so che è inutile piangere sul latte versato, ma io mi pento di aver ucciso quel bambino, ne porterò il rimorso per tutta la vita.” Dice Francesca tra le lacrime, “aveva ragione il capo anziano, come abbiamo potuto pensare di valutare la morte di una creatura in base al denaro.”
“Domani parleremo con lui e si accorgerà da solo del nostro cambiamento e della nostra sofferenza.” Dice Sofia parlando per la prima volta con un timbro di voce risoluto e deciso. Le altre la guardano e in coro rispondono: “Cara Sofia addio mondi paralleli: benvenuta nella realtà." E per la prima volta da quando tutto era iniziato riuscirono a sorridere.

La mattina del primo gennaio la porta che le tiene prigioniere non è chiusa, escono di corsa e in giro per il campo nomadi alle 9 di mattina non si vede un'anima. Solo tre stangone e una ragazza un poco più bassa camminano decise verso la roulotte del capo clan, che le sta aspettando davanti alla porta: “Vedo nei vostri volti segnati dalla stanchezza e dall’umiliazione un profondo cambiamento." dice.
“ Lei sa cosa vogliamo venerabile capo” risponde Melania: “Tornare a casa per affrontare le nostre vite e per cambiarle”.
“Quello che abbiamo passato ci ha fatto capire come sono le sofferenze di che vive ogni giorno coperto di stracci, di chi non ha un futuro." "Dobbia mo agire, darci da fare"prosegue Francesca.
Chantal ha lo sguardo triste e pensieroso quando parla :" vogliamo fa’ qualcosa pe’ la famiglia di quel bimbino, credimi capo un ce ne siamo davvero accorte, ma il rimorso ce lo porteremo dietro pe’ tutta la vita.”
Il vecchio le informa che se ne possono andare quando vogliono ma anche che sono invitate a tornare il 31 dicembre dell’anno prossimo: stavolta però come gradite ospiti.
Raggiungono l'auto davanti al tendone, l’anziano signore con la coda di cavallo è vicino alla macchina.
Mentre si salutano la Francesca gli mette in mano un assegno di 700.000 euro intestato alla famiglia di Aramil: “ non vogliamo comprare niente, non si arrabbi, vogliamo solo non aggiungere altro dolore. Questa cifra consentirà ai suoi genitori di vivere un’esistenza sicura e dignitosa, solo questo.
L’uomo accetta con piacere e sorride salutandole con la mano.

Le ragazze partono con calma, e senza fare sgommate si avviano dolcemente verso l’autostrada in direzione di Firenze.
Hanno deciso di andare a casa della Francesca per qualche giorno: vogliono parlare, stare vicine e soprattutto godere di questa nuova armonia che le fa sentire vere amiche. Quando siedono stremate intorno al fuoco, con buon bicchiere di vino in mano, si ricordano che tutto il loro guardaroba è rimasto all’albergo. Allora Chantal esclama: “ma chi se ne frega se vestiti un son tornati, tanto noi siam così belle 'he ci sta bene anche du’ stracci." Le quattro donne esplodono in una risata liberatoria. Sono felici: sanno che quest'ultimo dell'anno non lo dimenticheranno mai più.

ECCO A VOI IL MIO PRIMO POST MESSO IN RETE ALLE 23.59 DEL 1.01.2011 A DOMANI.